IN MEMORIA DI EUGENE BRAUNWALD




Eugene Braunwald ci ha lasciati il 22 aprile 2026 all’età di 96 anni.

In questi pochi giorni dalla sua scomparsa sono stati scritti innumerevoli ricordi sulla sua rilevanza scientifica e l’impatto che ha lasciato nel lavoro di tutti noi negli ultimi 50 anni. L’apporto nel progresso scientifico e clinico delle sue attività di ricerca in cardiologia e medicina cardiovascolare è davvero unico nel panorama della seconda parte del secolo scorso e nei primi 25 anni di questo secolo. Non solo ricerca ma anche in ambito di formazione Eugene Braunwald è stato la guida di generazioni di cardiologi, sia quelli che hanno avuto la fortuna di lavorare accanto a lui, sia quelli lontani da lui grazie alla prolifica produzione di testi sui quali si sono formati cardiologi di tutto il mondo a partire dalla prima edizione del suo Textbook all’inizio degli anni ’80.

Non voglio replicare qui, nel dettaglio, le specifiche tappe della sua carriera scientifica, clinica e di mentorship ma solo ricordare qualche aspetto che mi ha particolarmente colpito della sua vita e qualche altro che ho avuto il privilegio di condividere.

Eugene Braunwald nacque nel 1929 a Vienna, in Austria, quindi europeo come noi, in una famiglia ebrea. Suo padre era un medico, il che probabilmente ha influenzato fin da giovanissimo il suo interesse per la medicina. L’infanzia di Braunwald si svolse però in un periodo nel quale la furia nazista annesse nel 1938 l’Austria alla Germania, così da far diventare estremamente precaria e pericolosa la situazione per gli ebrei austriaci. A causa delle persecuzioni antisemite, la sua famiglia decise di fuggire in Inghilterra dove Braunwald trascorse parte della sua infanzia. Aneddoto curioso: nessuno della famiglia Braunwald conosceva la lingua inglese e proprio Eugene, che aveva una infarinatura scolastica di questa lingua, fece sostanzialmente da tramite in tutti gli aspetti di vita pratica della loro permanenza inglese. Anche in Inghilterra però la situazione degli ebrei rifugiati non era particolarmente stabile dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale così che la famiglia Braunwald decise di trasferirsi negli Stati Uniti. Eugene arrivò quindi negli Stati Uniti ancora ragazzo, senza risorse particolari ma con una forte spinta a costruirsi un futuro. È proprio negli Stati Uniti che si formerà completamente come medico e ricercatore, diventando poi, come sappiamo, una figura centrale nella cardiologia moderna.

Qui credo valga la pena di fare una riflessione. Nel corso degli anni ’30-’40 del secolo scorso, un numero rilevante di giovani o già maturi scienziati emigrò negli Stati Uniti per evitare persecuzioni razziali o limitazioni della libertà di ricerca, facendone la fortuna scientifica e di progresso tecnico-economico degli anni successivi, in parte anche nel corso della Seconda Guerra Mondiale ma soprattutto nel dopoguerra. Gli esempi di questa vera e propria “fuga di cervelli” dall’Europa verso gli Stati Uniti non mancano. Solo alcuni esempi in vari campi della scienza, fisica, chimica, medica e sociale: Enrico Fermi, Rita Levi-Montalcini dall’Italia; Albert Einstein, Hans Krebs, Adorno e Marcuse dalla Germania. Eugene Braunwald è uno di questi personaggi che hanno fatto grande gli Stati Uniti e in generale la cultura scientifica internazionale. Oggi che l’autoritarismo non solo politico ma anche scientifico negli Stati Uniti sta umiliando una cospicua parte dei ricercatori che operano in diversi settori, riducendone in maniera sostanziale i finanziamenti, talora dirottandoli verso ipotesi scientifiche fantasiose, viene la voglia di pensare a un viaggio all’indietro, dagli Stati Uniti alla nostra vecchia Europa, se solo questa fosse capace di attrarre concretamente “cervelli” con programmi di ricerca avanzati, relativi finanziamenti e soprattutto ampia libertà di pensiero. I benefici si potrebbero vedere nel giro di pochi anni.

Ma abbasso il tono venendo a un episodio personale. Nel 1986 a Dallas, si tiene l’annuale congresso dell’American Heart Association. A Eugene Braunwald viene affidata una lettura sul trattamento dell’infarto miocardico. Solo che, il pomeriggio che precede la sua presentazione, Gianni Tognoni, a nome di ANMCO e Mario Negri, presenta i risultati del GISSI 1 davanti alla grande platea dei cardiologi americani. Stupore ma soprattutto scetticismo visto che lo studio arriva da un paese, l’Italia, con una tradizione non proprio consolidata, a quei tempi, di ricerca collaborativa, e presentato da personaggi finora poco o per niente conosciuti alla gran parte della cardiologia mondiale. Lo scetticismo però non fa parte dello spirito di Eugene Braunwald che, alla fine della presentazione dei risultati dello studio, mentre ci prepariamo ad uscire dall’aula, si avvicina a Tognoni e a noi, piccolo gruppo di giovani ricercatori e cardiologi che avevano coordinato lo studio, chiedendo di avere le diapositive della nostra presentazione per rivoluzionare la sua lecture del giorno successivo, in cui dichiara il passaggio dal “watchful waiting”, l’approccio suggerito fino ad quel momento nel suo textbook, alla prima dimostrazione di una terapia attiva nella cura dell’infarto miocardico. Ricordo l’emozione e le mani tremanti con le quali consegnammo i telaietti delle nostre diapositive a un personaggio che aveva scritto i testi sui quali tutti avevamo studiato. È stata la prima volta che incontrai di persona Eugene Braunwald. Poi ho avuto il privilegio e la fortuna di lavorare con lui all’interno di Steering Committee di studi internazionali, nei quali Eugene non solo faceva commenti e correzioni di ambito puramente scientifico ma entrava anche con umiltà e curiosità in aspetti gestionali della conduzione quotidiana di uno studio arricchendoli di buon senso pratico. La curiosità è sicuramente un’altra caratteristica peculiare dello spirito di ricerca di Eugene Braunwald: chi non lo ricorda nel corso dei vari Congressi ANMCO, a cui era stato invitato, aggirarsi tra i poster, peraltro scritti in italiano, a osservare tabelle e figure, cercare di interpretarli, e talora a fare domande a giovani terrorizzati davanti al mostro sacro della cardiologia.

Credo che non si debba essere tristi per la scomparsa di Eugene Braunwald ma, al contrario, gioire per il privilegio di avere partecipato a un’epoca felice della cardiologia internazionale fortemente influenzata dal suo lavoro di ricercatore, di medico e di mentore di generazioni di cardiologi.

Grazie Professor Braunwald, non sarà possibile dimenticarti.

Aldo Pietro Maggioni

Centro Studi ANMCO - Heart Care Foundation, Firenze