Farmaci antitrombotici e malattia renale cronica: nuove evidenze, linee guida ESC 2026 e prospettive future
Simona Giubilato, Paolo Verdecchia
Riassunto. La malattia renale cronica (MRC) si associa a un aumento del rischio trombotico ed emorragico, rendendo particolarmente complessa la gestione della terapia antitrombotica. La disfunzione piastrinica uremica, le comorbilità e l’accumulo dei farmaci a eliminazione renale modificano il rapporto tra benefici e rischi con il progredire della nefropatia. Questa rassegna analizza le attuali evidenze sull’impiego degli antiaggreganti e degli anticoagulanti nei principali contesti cardiovascolari, la gestione delle complicanze emorragiche e le prospettive dell’inibizione del fattore XI anche alla luce delle recenti raccomandazioni delle prime linee guida europee sulla MRC. L’antiaggregazione mantiene un ruolo consolidato nella prevenzione secondaria, mentre non è raccomandata routinariamente in prevenzione primaria. Dopo sindrome coronarica acuta e/o angioplastica coronarica, durata e intensità della duplice terapia antiaggregante devono essere personalizzate. Nella fibrillazione atriale, gli anticoagulanti orali diretti sono generalmente preferibili agli antagonisti della vitamina K nei pazienti eleggibili; nella malattia renale avanzata e in dialisi, il beneficio clinico netto rimane incerto. La scelta del farmaco e della posologia richiede un’attenta valutazione dell’indicazione, della funzione renale e delle condizioni autorizzate d’impiego. Rivalutazioni periodiche e collaborazione tra cardiologo e nefrologo sono essenziali per ottimizzare il trattamento. In futuro studi dedicati alla malattia renale avanzata saranno necessari per definire strategie terapeutiche sostenute da evidenze più solide.