TY  -  JOUR
AU  -  Cavallini, Claudio
AU  -  Savonitto, Stefano
T1  -  Significato prognostico dell'elevazione degli indici di danno miocardico dopo interventi di rivascolarizzazione coronarica percutanea
PY  -  2002
Y1  -  2002-03-01
JO  -  Archivi - Giornale Italiano di Cardiologia
JA  -  Ital Heart J Suppl
VL  -  3
IS  -  3
SP  -  286
EP  -  296
PB  -  Il Pensiero Scientifico Editore
SN  -  1972-6481
Y2  -  2026/04/16
N2  -  Negli ultimi 10 anni numerosi studi hanno dimostrato che elevazioni lievi o moderate di indici di danno miocardico sono frequentemente riscontrabili dopo procedure efficaci di rivascolarizzazione coronarica percutanea. Il significato clinico di tali osservazioni non è chiaro, ed il problema se esse abbiano una sufficiente rilevanza prognostica da essere considerate “complicanze” dell’intervento è tuttora dibattuto.<BR>Molte esperienze pubblicate hanno riportato un’associazione tra rialzo postprocedurale degli enzimi miocardiospecifici e mortalità a lungo termine, con una relazione diretta tra livelli di creatinchinasi-MB e rischio di morte. Occlusioni di rami secondari e microembolizzazione nel circolo coronarico periferico rappresentano i fattori più frequentemente responsabili di danno miocardico dopo applicazione di stent. Meccanismi potenziali di prognosi avversa comprendono una maggiore suscettibilità ad aritmie ventricolari da microrientro, una compromissione della circolazione collaterale o una disfunzione del microcircolo coronarico.<BR>Un rapporto di causa/effetto tra elevazione enzimatica e mortalità non è dimostrato: i pazienti che sviluppano un movimento enzimatico tendono ad essere più vecchi e ad avere una coronaropatia più diffusa; è pertanto difficile stabilire se questi infarti enzimatici sono causativi degli eventi futuri o se la loro relazione con la mortalità tardiva sia legata all’associazione con un rischio di base più elevato.<BR>A causa di ciò non è chiaro se la prevenzione di questi piccoli infarti procedurali possa condizionare favorevolmente il destino futuro del paziente. Numerose altre problematiche sono tuttora non risolte e riguardano: 1) il marker biochimico di danno miocardico più adatto ad identificare i pazienti a rischio di eventi futuri; 2) la soglia alla quale la sua elevazione è clinicamente rilevante; 3) l’importanza del tipo di dispositivo percutaneo utilizzato.<BR>Studi prospettici in corso, su popolazioni sufficientemente numerose, e con follow-up adeguati potranno portare ulteriori informazioni sul significato prognostico dell’elevazione degli indicatori di necrosi miocardica dopo interventi di rivascolarizzazione percutanea.
ER  -   
