Livelli di colesterolo bassi e molto bassi: cosa è necessario sapere

Stefania Angela Di Fusco, Massimo Leggio, Vered Gil Ad, Simona Giubilato, Stefano Aquilani, Federico Nardi, Massimo Grimaldi, Domenico Gabrielli, Fabrizio Oliva, Giuseppe Imperoli, Furio Colivicchi, a nome dell’Area Prevenzione Cardiovascolare e dell’Area Management e Qualità ANMCO

Riassunto. In considerazione delle crescenti evidenze dei benefici clinici associati alla riduzione dei livelli di colesterolo legato alle lipoproteine a bassa densità (C-LDL) nei pazienti ad elevato rischio cardiovascolare, della disponibilità di più agenti terapeutici con dimostrata efficacia e delle raccomandazioni delle linee guida internazionali, non di rado il clinico si trova a dover gestire pazienti con livelli di C-LDL bassi o molto bassi. Nella pratica clinica è importante considerare che, allorquando le concentrazioni plasmatiche di C-LDL sono basse, la formula di Friedewald comunemente usata per il calcolo dei livelli di C-LDL è meno accurata, da qui la necessità di integrare la valutazione del rischio impiegando metodi diversi per quantificare il C-LDL e misurando parametri aggiuntivi, come il colesterolo legato alle lipoproteine non ad alta densità e, dove possibile, l’apolipoproteina B. In termini di impatto clinico le forme di ipocolesterolemia geneticamente determinata ci forniscono dati rassicuranti sugli effetti di livelli di C-LDL bassi o molto bassi nel lungo termine, fatta eccezione per le forme con livelli estremamente bassi o indosabili. Nella stessa direzione vanno le evidenze ottenute dagli studi clinici che hanno impiegato farmaci ipolipemizzanti ad alta efficacia come gli inibitori della proproteina convertasi subtilisina/kexina di tipo 9, nei quali l’incidenza di eventi avversi non cardiovascolari nei pazienti che raggiungevano livelli di C-LDL molto bassi era simile a quella del braccio placebo. Pertanto, il timore di effetti avversi non deve essere un deterrente per un trattamento ipolipemizzante intensivo laddove indicato al fine di ridurre il rischio di eventi cardiovascolari.