L’importanza di una terapia ipolipemizzante intensiva dopo sindrome coronarica acuta: cambiare il paradigma per migliorare il raggiungimento dei target

Silvia Muccioli, Carlotta Giglio, Gianmarco Annibali, Eleonora Cerutti, Stefania Civera, Rebecca Casati, Fabrizio Delnevo, Catia De Rosa, Sergio Bongioanni, Marzia Colopi, Nicola Gandolfo, Tiziana Aranzulla, Francesca Bianchi, Alessandro Blandino, Massimo Borrione, Stefano Grossi, Stefania Luceri, Barbara Mabritto, Chiara Carceri, Emanuele Meliga, Iris Parrini, Alfredo Pizzuti, Innocenzo Scrocca, Andrea Sibona Masi, Antonino Tomasello, Annalisa Gasco, Giuseppe Musumeci

RIASSUNTO: Razionale. Nonostante la disponibilità di farmaci molto efficaci per il trattamento dell’ipercolesterolemia, la prescrizione delle terapie ipolipemizzanti è minore dell’atteso e la maggior parte dei pazienti a rischio cardiovascolare alto e molto alto risulta avere valori di colesterolo LDL (C-LDL) non a target secondo le più recenti raccomandazioni europee. Abbiamo pertanto voluto presentare l’esperienza del nostro Centro per evidenziare l’evoluzione subita in 18 mesi, riguardo alla gestione delle dislipidemie, in risposta alle indicazioni delle linee guida ESC/EAS 2019. Materiali e metodi. Sono stati arruolati 621 pazienti consecutivi ricoverati presso la Cardiologia dell’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino per sindrome coronarica acuta (con o senza sopraslivellamento del tratto ST) tra gennaio 2020 e giugno 2021. Nel periodo di interesse, è stata registrata la terapia ipolipemizzante in dimissione per valutare l’andamento delle prescrizioni di statine in monoterapia, l’associazione statina ezetimibe e l’aggiunta di inibitori della proproteina convertasi subtilisina/ kexina di tipo 9 (PCSK9i) a statina ezetimibe. I pazienti sono stati seguiti con un follow-up a 6 mesi per valutare le variazioni del profilo lipidico, l’eventuale insorgenza di effetti collaterali legati alla terapia e la compliance terapeutica, nonché eventuali recidive di eventi cardiovascolari. Risultati. Dei 621 pazienti inizialmente arruolati, 7 sono deceduti durante il ricovero. Dei 614 pazienti considerati, il 33% è stato dimesso in terapia con singola statina, il 50% con associazione di statina ezetimibe e il 17% con l’aggiunta di PCSK9i (evolocumab). Se si esclude il primo trimestre di osservazione durante il quale le nuove raccomandazioni non erano ancora entrate in vigore a tutti gli effetti nella pratica clinica, la terapia con evolocumab, da aprile 2020 a giugno 2021, è stata offerta al 20% dei pazienti dimessi, il 56% veniva trattato con farmaco di associazione e solo il 24% con statina in monoterapia. Nel corso dello studio la prescrizione di evolocumab è aumentata in modo significativo: dal 3% dei dimessi nel periodo gennaio-marzo 2020 al 27% dei ricoverati nel periodo aprile-giugno 2021 ( 759%), mentre, nello stesso periodo, la prescrizione di statina in monoterapia si è ridotta del 75%. Al follow-up a 6 mesi sono stati rivalutati 569 pazienti: i valori mediani di C-LDL si erano ridotti del 77% nei pazienti in terapia con PCSK9i (da 128 mg/dl a 30 mg/dl, p<0.001) e del 48% in coloro che erano trattati con statina ezetimibe (da 96 mg/dl a 50 mg/dl, p<0.001). Tutti i pazienti in terapia con evolocumab avevano raggiunto il target terapeutico previsto dalle linee guida, con un bassissimo numero di effetti collaterali, rappresentati principalmente da dolore nel sito di iniezione. Dei 614 pazienti, 6 pazienti hanno sperimentato una recidiva di sindrome coronarica acuta; di questi, soltanto uno era in terapia con evolocumab. Conclusioni. Nei pazienti con sindrome coronarica acuta l’utilizzo di terapia ipolipemizzante aggressiva, grazie anche all’aggiunta in prescrizione di PCSK9i, ha permesso il raggiungimento dei target previsti dalle linee guida in tutti i pazienti trattati, con una bassa incidenza di effetti collaterali e un’ottima compliance terapeutica.