Caffè, ipertensione e malattie cardiovascolari: nuove acquisizioni

Claudio Borghi, Alessio Bragagni

RIASSUNTO: Il caffè rappresenta la bevanda più diffusa al mondo immediatamente dopo l’acqua. Negli Stati Uniti il consumo di caffè è pari a 400 milioni di tazzine al giorno e costituisce, globalmente, la principale fonte di caffeina. In considerazione di un utilizzo mondiale così elevato, risulta di grande interesse per la comunità scientifica capire se questa bevanda abbia o meno un impatto sulla salute. Nei primi studi clinici volti ad indagare gli effetti del caffè si ipotizzava un possibile effetto deleterio sulla pressione arteriosa sistemica e sull’incidenze di patologie cardiovascolari; questo dato è stato interpretato sulla base del modico rialzo pressorio che può avvenire nell’immediato a seguito del consumo di caffeina. Il caffè, tuttavia, oltre alla caffeina contiene più di 1000 componenti chimici; tra questi ricordiamo i polifenoli come l’acido clorogenico e i lignani, dotati di proprietà antiossidanti ed antinfiammatorie, e sostanze ad azione vasodilatatrice come vitamina E, niacina, potassio e magnesio. È probabile, dunque, che se da un lato la caffeina determini un blando rialzo pressorio, dall’altro le innumerevoli sostanze contenute nel caffè siano in grado di contrastare tale effetto determinando anzi un beneficio sulla salute. Le ultime evidenze disponibili in letteratura dimostrano in effetti come il consumo di 3-5 tazzine di caffè al giorno non solo non risulti dannoso, ma sia addirittura in grado di ridurre in maniera significativa l’incidenza e la mortalità per malattie cardiovascolari, nonché la mortalità per tutte le cause.