La colchicina è uno dei più antichi farmaci di derivazione vegetale ancora in uso nella pratica clinica. È stata utilizzata nei secoli soprattutto come farmaco antigottoso, tuttavia i suoi effetti antinfiammatori l’hanno resa efficace in diverse applicazioni cardiovascolari (pericardite, sindromi coronariche acute e croniche, fibrillazione atriale), che vanno ben oltre la sua indicazione originale. Il trattamento e la prevenzione della pericardite è l’unica indicazione cardiovascolare al momento registrata in Italia (il farmaco è pertanto prescrivibile in fascia A con il Servizio Sanitario Nazionale); le altre indicazioni sono al momento off-label. Quando usato a basse dosi (0.5 mg/die), il farmaco è sicuro, efficace, con limitati effetti collaterali, principalmente gastrointestinali. Una volta assorbito per via gastrointestinale la colchicina entra rapidamente nelle cellule, perché è una piccola molecola lipofila, e viene eliminata tramite la glicoproteina P. La colchicina è inoltre metabolizzata dal citocromo P450 a livello epatico ed escreta prevalentemente per via biliare. Viene inoltre eliminata sostanzialmente immodificata anche per via renale. Si concentra nei leucociti, in particolare nei granulociti, che non sono dotati di glicoproteina P. In queste cellule, bloccando la polimerizzazione della tubulina, ne riduce la funzionalità, potendo inoltre interferire con l’adesione all’endotelio e l’interazione con le piastrine, ed inibendo in modo non specifico l’inflammasoma, riducendo la produzione di citochine pro-infiammatorie come l’interleuchina- 1. Scopo di questo articolo è di dare una risposta sintetica ai diversi quesiti clinici circa l’uso di questo farmaco nelle sue applicazioni cardiovascolari.