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DOI 10.1714/2951.29673 Scarica il PDF (116,6 kb)
G Ital Cardiol 2018;19(9):530-531



PROF. Fausto rovelli

Per Fausto Rovelli il termine di pioniere non poteva essere più appropriato dal momento che il professore nell’arco della sua lunga vita lavorativa ha contribuito in modo significativo allo sviluppo della Cardiologia e al miglioramento della cura dei pazienti cardiopatici. Il percorso professionale del professore, iniziato in una divisione di Chirurgia Toracica nel 1956, è approdato nell’istituzione di una divisione di Cardiodiagnostica nel 1962. La sua intuizione che la Cardiologia potesse avere la dignità di disciplina autonoma ha favorito e determinato i grandi progressi da allora realizzati in campo cardiologico.

Nel 1983, per iniziativa del professor Rovelli, si cominciò a considerare la riorganizzazione di tutte le attività cardiologiche dell’Ospedale Niguarda ipotizzando la costituzione del Dipartimento Cardiologico come modello operativo unitario. L’istituzione del Dipartimento ebbe allora molte difficoltà per vari motivi: la diffidenza e la scarsa attenzione degli organi direttivi dell’Ospedale, la scarsa flessibilità e l’insufficiente attitudine e abitudine al lavoro di gruppo. Al di là delle difficoltà incontrate e degli errori commessi, non vi è alcun dubbio che una gestione unitaria consentiva una riduzione dei costi, ai malati si offriva un punto di riferimento sicuro con tutte le possibili più avanzate soluzioni terapeutiche, ai medici l’opportunità di lavorare al meglio con grandi casistiche. Il Dipartimento si è dimostrato negli anni in grado di generare cultura, implementare sistemi di verifica della qualità, permettere l’elaborazione di linee guida e di diffondere programmi di formazione.

Certamente al professore non è mai mancata la capacità di valutare criticamente ogni possibile iniziativa: “...non sono in grado di confermare fino a quale punto i vantaggi ipotizzati si siano realizzati, ma è certo che per molti aspetti si è fatta una esperienza positiva e questo contributo di idee per una più efficiente e razionale organizzazione della Cardiologia potrà essere apprezzato da chi lavora negli ospedali o è comunque impegnato nel mondo della Cardiologia”. La Cardiochirurgia dell’Ospedale Niguarda che aveva mantenuto la propria autonomia fino ad allora, nel 1996 entrò a far parte del Dipartimento Cardio-Chirurgico intitolato ad Angelo De Gasperis mancato prematuramente nel 1962.

Negli anni ’60 il maggiore impegno assistenziale in ambito cardiologico era dedicato ai pazienti con vizi valvolari post-reumatici, blocchi atrioventricolari e cardiopatie congenite. Le uniche possibilità di cura erano confinate alla terapia medica con ovvi limiti sulla sopravvivenza e qualità di vita dei pazienti. All’epoca, la Cardiochirurgia muoveva i primi passi e il professore ne intuì le straordinarie potenzialità. Si approdò rapidamente alla correzione delle cardiopatie congenite (tra il 1960 e il 1961 furono operati 82 pazienti con malformazioni congenite), alla sostituzione valvolare (nel 1963 venne eseguita al De Gasperis la prima sostituzione di valvola cardiaca con protesi artificiale). L’impiego dei pacemaker e dell’elettrostimolazione elettrica endocardica divenne una tecnica cardiologica di routine.

Nel 1967 fu istituita al Niguarda la prima unità coronarica sul territorio nazionale: la lidocaina, il defibrillatore e il monitoraggio continuo del ritmo erano i principali supporti terapeutici e ciò consentì una riduzione significativa della mortalità per infarto miocardico. A fronte di questi risultati straordinari per quell’epoca, i tassi di mortalità rimanevano alti ed inaccettabili. Nel 1983 Fausto Rovelli con il contributo dell’Istituto Mario Negri istituì un gruppo di lavoro per lo studio della streptochinasi nell’infarto miocardico acuto. Il progetto GISSI che ne seguì ottenne l’adesione di oltre il 90% delle unità coronariche italiane: in poco più di un anno furono arruolati e randomizzati oltre 10 000 pazienti. I risultati dello studio dimostrarono in modo inequivocabile che la streptochinasi era in grado di ridurre la mortalità dell’infarto miocardico acuto e che la riduzione era tanto maggiore quanto più precocemente il farmaco veniva somministrato (50% di riduzione di mortalità per i pazienti trattati nella prima ora dall’inizio dei sintomi).




Lo studio ha rappresentato un avanzamento epocale nella cura dell’infarto miocardico a tal punto che, da allora, la fibrinolisi in fase precoce divenne la terapia standard adottata in tutto il mondo. La risonanza internazionale dello studio fu grandissima e Robert Califf ebbe a dire: “GISSI changed the fate of cardiovascular medicine… the spirit of GISSI must be replicated”.

Al di là della riduzione della mortalità, il risultato più straordinario del GISSI è stato quello non solo di curare l’infarto miocardico in modo più efficace, ma anche e soprattutto di promuovere la ricerca ospedaliera e di uniformarne sul territorio nazionale il trattamento. Da allora il paziente venne curato con le stesse modalità, indipendentemente dall’unità coronarica cui era afferito. Questo verosimilmente è stato il risultato più eclatante dello studio GISSI, il cui disegno sperimentale nella sua apparente semplicità venne in seguito adottato dalle più prestigiose strutture cardiologiche in diversi trial internazionali. L’attenzione del professore alla ricerca clinica è testimoniata dal gran numero di lavori scientifici pubblicati nelle più prestigiose riviste scientifiche internazionali e dall’attuazione di una stretta collaborazione con importanti enti tra cui il Centro Nazionale della Ricerca (CNR).

Molto rilevante è stato inoltre il contributo di Fausto Rovelli nello sviluppo delle cure e delle competenze nel campo dell’insufficienza cardiaca approdate al trapianto cardiaco. L’intervento per sua definizione complesso e difficile ha sempre coinvolto necessariamente un ampio gruppo di specialisti: cardiologi, cardiochirurghi, rianimatori, infettivologi, ematologi. In De Gasperis esisteva già da anni la consuetudine di riunirsi per discutere insieme i casi più complessi. In sostanza era prassi abituale condividere le strategie diagnostiche e terapeutiche più appropriate come accade oggi negli Heart Team. Anche in questo ambito il professore è stato un pioniere. In tutti noi è ancora vivo il ricordo di quel periodo della vita (eravamo giovani allora) in cui presentavamo i casi più complessi in “Aula Bolchi” alla presenza dei nostri primari Rovelli e Pellegrini, Cattani, Fancini. Ogni percorso diagnostico-terapeutico veniva analizzato, discusso e condiviso: da quegli incontri “del martedì” abbiamo ricevuto suggerimenti, indirizzi strategici, a volte rimproveri, ma sempre finalizzati a perseguire la migliore cura possibile dei pazienti e la nostra crescita professionale.

Rovelli è stato un pioniere anche nel comprendere l’importanza della diffusione della cultura cardiologica: realizzò infatti nel 1967 con il cardiochirurgo prof. Renato Donatelli il “Corso di Aggiornamento” che si svolge da allora annualmente a Milano ed è riconosciuto tutt’oggi come “il Corso di Rovelli”. Si tratta di uno degli appuntamenti più importanti ed irrinunciabili per molte generazioni di medici cardiologi, internisti, cardiochirurghi. Fin dagli inizi il corso si connotò immediatamente come “qualcosa di diverso” rispetto ai convegni tradizionali: si svolgeva infatti in più giorni, dalle 8:00 del mattino alle 20:00 di sera, senza sostanziali intervalli: per utilizzare le parole del professore “...al corso si viene per lavorare”. Gli argomenti trattati coprivano volutamente tutti gli ambiti della Cardiologia. Il successo del Corso di Rovelli derivò dalla consapevolezza immediata da parte dei partecipanti che dovesse costituire una fonte di apprendimento e dalla presenza di docenti ampiamente selezionati sulla base della loro competenza specifica.

Già alla fine degli anni ’90 si discuteva su precise sollecitazioni del professore del corretto utilizzo delle risorse, problematica che solo successivamente è stata considerata nella sua importanza. Infatti sono certamente fondamentali le conoscenze scientifiche, le innovazioni terapeutiche e gli aspetti etici, ma è anche necessario tenere in grande considerazione gli ambiti organizzativi e gestionali in cui si opera.

Infine, ci sembra particolarmente importante evidenziare, proprio sulle pagine del Giornale Italiano di Cardiologia nato per iniziativa dell’ANMCO e di cui Rovelli è stato il primo direttore nel 1971, il ruolo assunto nella diffusione della cultura cardiologica nel nostro Paese.

In definitiva, il professore per quello che ha rappresentato per la Cardiologia non solo italiana è stato per un’ampia generazione di cardiologi e per tutti noi del De Gasperis un vero e grande maestro.

Salvatore Pirelli1, Maurizio Ferratini2

1U.O. Cardiologia, Clinica San Carlo, Paderno Dugnano (MI)

e-mail: pirelli.s@libero.it

2U.O. Cardiologia Riabilitativa

S. Maria Nascente-Fondazione Don Gnocchi, Milano

Il Pensiero Scientifico Editore
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